Crescere, capire, partecipare, essendo sorda e straniera
Felicia TodiscoLavoro a scuola, come Assistente alla comunicazione, con una ragazza di 15 anni, sorda profonda, straniera.
Diagnosi e protesizzazione tardiva. Nel contesto familiare l’utilizzo esclusivo della lingua di origine non facilita gli apprendimenti.
Fin dalla scuola dell’infanzia è affiancata, successivamente, da più figure professionali, educatore segnante sordo, educatore udente segnante, interprete di lingua dei segni, assistente alla comunicazione, che si sono avvicendati cambiando di volta in volta lo stile di lavoro, oltre ad insegnanti di sostegno diversi in ogni anno scolastico fino alla scuola media, dove ha potuto usufruire della continuità triennale di un docente di ruolo per il sostegno.
Abbiamo cominciato a lavorare insieme in quinta elementare, e nel nostro percorso abbiamo scoperto che la voce ha uno scopo, un’utilità, una potenzialità prima sottovalutata, è un’importante scoperta per lei, si rende conto pian piano di avere uno strumento potente che le consente di fare cose in autonomia: alzarsi dal banco e chiedere direttamente all’insegnante o agli amici, chiedere al bidello e ottenere quello che si è chiesto… riuscire dove neanche con i segni riusciva…. perché i segni, a parte due amiche più intime e sua sorella, nessuno a scuola li aveva imparati, neanche gli insegnanti di sostegno.... quindi il cerchio sociale in cui poter comunicare autonomamente era davvero molto ristretto.
Fatta la scoperta, capito il vantaggio, il percorso non si è più arrestato!
Parlare anche solo con una voce gutturale, bassa , quasi impercettibile all’inizio ma via via più udibile,le permette di conoscere più amiche … usare i segni attira l’attenzione di nuove compagne che a volte chiedono anche di imparare … E comincia uno scambio: le amiche imparano qualche segno e la dattilologia tanto utile per comunicare in segreto durante la lezione,loro le correggono il suo modo di parlare le spiegano le parole che non conosce…
Terza media , un giorno qualsiasi di lezione.
All’improvviso lei si illumina in volto e mi dice:
“Che strano, adesso io penso con le frasi. Quando io studio il libro, non mi serve segnare perché c’è dentro la mia testa il mio pensiero, quello sa cosa devo imparare. Io leggo, poi ripeto, ma non la frase del libro, con frasi mie.
Quando leggo a casa ho la voce alta perché mi interessa così… non mi piace leggere a voce alta a scuola. Quando la mia voce è alta mi sento un po’ perché ho messo l’apparecchio” .
“Rendersi conto” è fare un salto fuori della situazione per guardarsi e valutarsi.
Un anno fa si era resa conto che le frasi dell’italiano erano diversamente strutturate e ordinate rispetto alle sue produzioni in lingua dei segni, allora abbiamo guardato insieme la differenza.
E’ vero, la struttura sintattica LIS/italiano/ISE è molto diversa.
Le faccio notare che, insieme agli insegnanti e alla logopedista, abbiamo deciso di utilizzare con lei un segnato più vicino possibile alla lingua italiana (ISE) e comprende anche lei le ragioni e l’opportunità della scelta rispetto alla sua particolare situazione.
Non conosce e non frequenta abbastanza sordi segnanti per poter apprendere ed esercitare una LIS ricca e corretta, né può attraverso la LIS comunicare meglio nella sua famiglia straniera o arricchire la sua amicizia con i pari in autonomia . Con la voce si, lo ha provato, con la voce riesce a stringere più relazioni, anche con gli udenti, e si ascolta.
Le parole diventano esperienza fisica e sperimentazione: mentre scrive un testo in classe, parla con se stessa e dice segnando “lei va via a casa, no lei deve andare via , no lei ha bisogno di andare via perché sua madre sta male”.
La lingua non è più un ostacolo insormontabile ma qualcosa che fa parte della persona tutti i giorni e del suo pensiero… che con la lingua e le frasi, sa cosa deve studiare e cerca i modi migliori per esprimersi.
“Credo che la lingua dei segni sia un potente strumento comunicativo che getta un ponte tra il silenzio e la possibilità di esprimersi… ma penso anche che debba essere considerato appunto uno strumento, e non una scelta linguistica. Non ritengo verosimile che l’intero mondo cambi per imparare un nuovo codice linguistico.
Scegliere di utilizzare solo la LIS significa scegliere di restringere fortemente il campo delle nostre possibili relazioni e condannarsi alla dipendenza da mediatori, traduttori, interpreti… e rinunciare al proprio diritto all’autonomia“ (da una lezione di Stefan Von Prondzinski )









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